Lydia Cacho continuano a svelare verità impronunciabili

09 enero, 2009 por Lydia Cacho Ribeiro Publicado en Noticias | 1 Commentario »

JPEG Sahar Issa (Irak) e Lydia Cacho (Messico) vincitrici del “Courage in journalism award”IWMF continuano a svelare verità impronunciabili Diverse per nazione, religione e militanza, le due croniste condividono il coraggio che le spinge a scrivere delle atrocità perpetrate ai danni dei più deboli. Nonostante le minacce che quotidianamente le vedono coinvolte, testimoniano davanti a un mondo distratto le sofferenze di vittime senza voce.   Sahar Issa è uno pseudonimo senza volto. Ultima supersite dell’ “Ufficio di McClatchy”, gruppo editoriale americano di stanza a Bagdad, documenta le sofferenze della guerra in Iraq. Le sue colleghe sono fuggite, per paura di chi vuol nascondere al mondo la realtà di un paese dove la gente muore ammazzata sulla soglia di casa. La guerra le ha strappato un figlio, un fratello, il nipote ed un cognato. Cambia strada tutti i giorni, nasconde l’equipaggiamento da reporter ed è costretta a tacere la sua attività persino alla famiglia. Ogni giorno bacia i suoi figli come se fosse l’ultima volta, col terrore di finire come gli 80 giornalisti iracheni che, dall’inizio della guerra, hanno perso la vita per compiere la sua missione. Ma il rischio non basta per ridurla al silenzio. Vuole urlare al mondo che in Iraq una vita non conta niente e che “arabo” non è, come troppo del senso comune considera, sinonimo di terrorismo ed ignoranza. Grazie a lei, nel paese dove la morte non fa più notizia, sopravvive la speranza di un’informazione che sfidi i meccanismi di potere.  Dall’altra parte dell’oceano, lontana dal frastuono delle bombe, nel paradiso di cartapesta di Cancun, si consuma un’altra battaglia, contro orchi che divorano innocenti tra le mura d’inferni privati. A combatterla, Lydia Cacho, 45 anni, giornalista messicana che ha dedicato la sua carriera alla lotta contro la pedofilia dilagante nel paese. La sua immagine è icona di giustizia, ma le è costata cara. Dal 2005, con l’uscita de “I demoni dell’Eden”, che denuncia i legami tra politica, classe imprenditoriale e pornopedofilia, la sua vita diventa un incubo. Tra le pagine, i nomi del multimilionario Succar Kurri e di alti papaveri della politica messicana. Questi, dopo averla accusata di diffamazione, la fanno rapire dalla polizia (all’uscita del centro per donne maltrattate di cui è fondatrice) e trasportare per 1500 km fino allo stato di Puebla. È qui che, grazie alla protezione del governatore Mario Martin, è prevista la loro vendetta: rinchiuderla nel carcere lesbico della città per un trattamento “punitivo”. Ma lo scalpore seguito al sequestro è tale da far decidere il rilascio su cauzione e Lydia, riabilitata grazie alla registrazione del complotto di Martin con gli accusati, ottiene che questi vengano indagati.  
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Ma il peggio deve ancora arrivare. A maggio 2007, la sua auto viene sabotata e lei per poco non perde la vita. Sotto protezione da due anni, è oggi afflitta dai debiti e dalla paura delle rappresaglie di ricchi pedofili e poliici corrotti. A sostenerla, la firma di 2000 artisti del panorama messicano (tra cui il regista Alejandro Gonzales Inarritu e l’attore Gael Garcia Bernal) ed internazionale (Milos Forman, Noam Chomsky, Sean Penn, Debra Winger, Demi Moore, Susan Sarandon e Bridget Fonda) che hanno dato vita alla campagna “C’era una volta un pedofilo che veniva protetto dai suoi potenti amici…”.  
Ad accomunare Sahar e Lydia non è solo il coraggio, ma un’importante vittoria, datata 23 ottobre, il “Premio per il coraggio nel Giornalismo” dell’International Women’s Media Foundation. Dal palco del Waldorf Astoria di New York, le due eroine gridano ai loro nemici che non si fermeranno davanti a niente, perché il solo mostro al mondo in grado di spaventarle si chiama Silenzio.   

Una Respuesta a “Lydia Cacho continuano a svelare verità impronunciabili”

  1. stupid dice:

    no
    le entendi.. :(

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